Una biblioteca nei sotterranei, le antiche celle diventate studi dei docenti, aule dentro un complesso nato per una comunità religiosa. Al Monastero dei Benedettini di Catania, in piazza Dante, il passato convive con le attività dell’università. Questa continuità d’uso è una delle ragioni per dedicargli una visita: permette di seguire la storia dell’edificio fino alla città di oggi.
Il suo nome completo è Monastero di San Nicolò l’Arena. Fra chiostri, resti romani e architetture contemporanee, offre un modo concreto per avvicinarsi alle trasformazioni di Catania. Gli spazi universitari e il percorso storico guidato hanno funzioni e modalità di accesso differenti: scegli la visita con Officine Culturali.
Il motivo: seguire i livelli della città, dalle domus alle aule contemporanee. Organizzazione: scegli l’attività sul calendario del gestore e lascia tempo per l’arrivo in piazza Dante.
Qui interessa soprattutto il rapporto fra ciò che si trova in superficie e ciò che sta sotto. La facciata decorata introduce un edificio cresciuto attraverso ricostruzioni e ampliamenti; scendendo di livello, il racconto raggiunge le case romane. Negli ambienti delle cucine, la roccia vulcanica entra nella struttura stessa dell’architettura.
È una visita adatta se ti incuriosiscono gli edifici che hanno cambiato funzione, oppure se vuoi capire come Catania abbia ricostruito e riutilizzato parti del proprio patrimonio. Il monastero può diventare l’approfondimento centrale di una mattina o di un pomeriggio in città, lasciando alle altre tappe un tempo distinto.
Prima di entrare, vale la pena osservare i balconi e gli intagli del prospetto. Mascheroni, figure e decorazioni appartengono al cantiere delle facciate avviato nei primi anni del Settecento: il Comune di Catania ne ricostruisce la lavorazione. Questo primo sguardo prepara al cambio di scala degli interni, dove alla ricchezza della rappresentazione si affiancano gli spazi necessari a far funzionare una grande comunità.
La fondazione risale al 1558. Nel 1669 la colata dell’Etna raggiunse l’area del monastero e modificò profondamente i terreni circostanti. Il nucleo monastico resistette, mentre la chiesa subì danni. La lava divenne anche una presenza con cui i cantieri successivi avrebbero dovuto misurarsi.
Nel 1693 arrivò il terremoto. Del complesso cinquecentesco sopravvissero il piano interrato e porzioni del livello superiore. La ricostruzione riprese dal 1702, accompagnata da un ampliamento: nuovi ambienti per i pasti, lo studio e la formazione dei novizi cambiarono l’organizzazione dell’insieme. La storia pubblicata dal monastero aiuta a distinguere le conseguenze dei due eventi.
Tenere separate queste date rende più comprensibile la visita. La presenza della lava e l’aspetto settecentesco raccontano processi differenti, che si incontrano nello stesso edificio. Anche la successiva destinazione pubblica ha lasciato un segno: dopo il passaggio al demanio nel 1866 e altri utilizzi, nel 1977 il complesso fu ceduto all’Università. La sequenza è ricostruita nella scheda monumentale del Comune.
Il Chiostro di Ponente occupa il nucleo più antico ed è chiamato anche Chiostro dei Marmi. Dopo il terremoto venne ricomposto e trasformato. Il Chiostro di Levante appartiene invece all’ampliamento e comprende il giardino con il Caffeaos, il padiglione che ne caratterizza lo spazio centrale.
Osservarli insieme aiuta a immaginare la crescita della comunità e dei suoi bisogni. Il cortile organizza i percorsi, mette in relazione le ali dell’edificio e introduce ambienti con funzioni diverse. Durante la visita può essere utile riconoscere prima questa struttura generale: la posizione dei chiostri dà un riferimento anche quando il racconto prosegue nei livelli inferiori.
Uno dei passaggi più interessanti porta al seminterrato cinquecentesco. Il percorso descritto da Officine Culturali comprende le domus romane, osservabili attraverso strutture sospese, e gli ambienti oggi utilizzati dalla biblioteca del dipartimento.
Il cambiamento di quota rende immediata la profondità della storia urbana. Le abitazioni antiche si trovano all’interno di un luogo che ha continuato ad accogliere altre costruzioni e altri usi. Seguire questi rapporti fra livelli è una buona chiave per chi visita Catania per la prima volta, anche senza conoscenze archeologiche particolari.
La biblioteca universitaria ha un’attività propria: il punto di servizio Giuseppe Giarrizzo si trova nel piano sotterraneo del monastero. Il percorso accompagnato permette di orientarsi fra queste presenze, rispettando chi sta lavorando.
Le cucine settecentesche permettono di leggere il monastero attraverso una necessità quotidiana: preparare e conservare il cibo. Realizzate da Giovan Battista Vaccarini a partire dal 1739, si articolano su due livelli. Al centro del vano superiore si trova l’edicola che ospitava il principale piano di cottura; quattro aperture nel pavimento collegano la cucina alla dispensa sottostante, chiamata Ventre.
Anche il sostegno dell’edificio merita attenzione. La descrizione del Museo della Fabbrica spiega che muri e pilastri poggiano in larga parte direttamente sul banco lavico. In questo punto la relazione con l’Etna diventa una soluzione costruttiva osservabile.
Il museo nasce per raccontare le vicende architettoniche del complesso. Il nome “Fabbrica” richiama proprio la costruzione e le sue trasformazioni: aiuta a seguire come gli ambienti siano stati progettati, adattati e recuperati. Per chi ama capire il funzionamento dei luoghi, le cucine sono uno dei motivi più solidi per scegliere la visita completa.
L’uso universitario richiedeva nuovi collegamenti e nuovi spazi. Dal 1980 l’Ateneo coinvolse Giancarlo De Carlo nel recupero del monastero; nel 1983 venne elaborato il Progetto Guida. Il suo intervento introduce architetture contemporanee riconoscibili all’interno dell’edificio storico.
Fra i riferimenti raccontati nella pagina dedicata a De Carlo ci sono l’auditorium, la trasformazione delle scuderie in aule e il Ponte Manica, destinato allo studio fra i due chiostri. Nel Giardino dei Novizi, il progetto mette in relazione terrazza, fontana, scala elicoidale e impianti inseriti nel banco lavico.
Durante il percorso, seguire un collegamento fra due ambienti o riconoscere un’aggiunta recente diventa parte dell’esperienza. È una chiave di lettura particolarmente interessante per chi ama l’architettura: il recupero si può comprendere anche attraverso il modo in cui oggi si attraversa e si utilizza l’edificio.
La mappa del Dipartimento di Scienze Umanistiche mostra come le stanze dei monaci siano diventate studi e uffici, mentre altre parti del complesso ospitano le aule. Conoscere questa destinazione aiuta a orientarsi nel complesso.
Lascia liberi i passaggi, mantieni un tono di voce contenuto vicino alle attività didattiche e segui le indicazioni del percorso. La presenza di chi studia aggiunge una dimensione precisa alla visita: il monastero continua a essere un luogo di lavoro e di formazione.
Per una prima giornata nel centro, il monastero può essere l’unico approfondimento guidato, fra piazza Duomo e il mercato al mattino e via Crociferi dopo la visita: così ha uno spazio reale, invece di aggiungersi a una giornata già piena.
Il riferimento per arrivare è piazza Dante: dalla zona del Duomo aggiungi al cammino il margine per raggiungere l’accoglienza prima della partenza. Il turno si sceglie sul sito del monastero, controllando durata e inclusioni; chi ha esigenze di mobilità può scrivere a Officine Culturali prima di scegliere il percorso.
La vicina chiesa di San Nicolò l’Arena ha gestione e modalità proprie: la scheda comunale della chiesa aiuta a distinguerla dalla visita del complesso monastico.
In apertura: il Caffeaos nel Chiostro di Levante, fotografato il 2 settembre 2023. Foto: Pequod76, CC BY-SA 4.0.
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